DORTMUND – I due pali: secondo e terzo minuto del primo tempo supplementare, se non sbaglio. Quando succedono certe cose, la malinconia di fondo del tifoso comuncia a lavorare, e ti convince che finirà come le ultime volte: rigori, e fuori. Stavolta, magari, coi tedeschi a farci i complimenti.
Il primo palo, quello di Gilardino, è stato crudele. L’ho visto benissimo, con la prospettiva di Klinsmann che stava cinque metri sotto di me. Il colpo, e poi quel rotolare tranquillo verso sinistra, come se la palla coi pavesini volesse dire: “Rassegnatevi italiani, tenetevi i vostri ricordi del 1970. Perché non c’è niente da fare: stavolta andrà diversamente”. E invece è andata come allora, e mio figlio – tredici anni, come me al gol di Rivera – avrà qualcosa da ricordare. Un papà senza voce che chiama dallo stadio, e sembra più bambino di lui.
Sì, i pali: Gilardino e Zambrotta. Avrebbero demoralizzato tutte le squadre del mondo. Non questa nazionale di pazzi, che sembra usare le disgrazie del calcio italiano come combustile. Prima della finale di Berlino bisogna comunicargli qualcosa di pazzesco: che salta il prossimo campionato, che cinque squadre verranno confinate in un’isola del Tirreno e costrette a giocare una contro l’altra senza pubblico, applaudite solo dal rumore del mare.
E’ stata la partita più bella, emozionante e corretta del Mondiale; e i tedeschi allo stadio si sono comportati da signori. Ho visto il loro sollievo, dopo i pali. Non immaginavano, poveretti, che gli dèi rotondi degli stadi avessero deciso, per una volta, di consegnare una ricompensa e non applicare un contrappasso. Due pali, poi due gol. Al secondo, Megumi Ishinaru, la mia vicina giapponese con la maglietta di Del Piero, s’è alzata e ha detto: “Lo sapevo”. Mi ha dato la mano ed è sparita, come una divinità capricciosa.
Il calcio non è, come sostengono gli specialisti del senno di poi, uno sport logico: fosse così, piacerebbe agli americani, che invece lo respingono. Il calcio è profondamente ingiusto e casuale, ma emozionante: imita la vita, che ogni tanto ci regala emozioni così.
E’ mezzanotte e mezza, e sull’ultimo anello del Westfalenstadion dove mi sono messo a scrivere, rimangono gruppetti di tifosi tedeschi silenziosi e sbalorditi. Non è il caso di dirgli che WIR FAHREN NACH BERLIN si può tradurre in italiano: a Berlino ci andiamo noi, e purtroppo non c’è posto per due. Paolo Rossi, dietro il vetro della postazione di Sky, mi saluta con la mano: è felice come se i gol li avesse fatti ancora lui. Sotto il campo verde è deserto: i due pali di Gilardino e Zambrotta sono lontani, bianchi, giusti. L’altoparlante dello stadio suona “What If” dei Coldplay. Non c’entra niente, ma ci sta bene.
di Beppe Severgnini